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L’anima del Sangiovese (With english translation)

L’anima del Sangiovese (With english translation)

Per un toscano come me il vino prodotto con il sangiovese non era “un” vino, ma “il” vino. Poteva essere il vino da bere tutti i giorni, ma anche un grande esemplare per arricchire una festa o una riunione tra amici. Mi ricordo il vino del Cristo, come chiamavamo familiarmente lo sfuso che si comperava alla Cantina sociale del Cristo, sulla strada del Cristo che portava da Marina a Grosseto. Era un sangiovese puro, onesto, senza fronzoli, vendemmiato a pochi metri dal mare, un vino veramente “da tavola” in quanto si usava come l’immancabile pane sciocco o il sale o l’olio di oliva buono che portava il mio zio dal Madonnino. Era come la forchetta e il coltello, come la tovaglia rigirata per farla durare un giorno di più, era come i piatti: ma si può mangiare senza i piatti e la tovaglia? Lo stesso per il pane e per il vino: meglio saltare il pasto che mangiare senza una di queste cose indispensabili.

Una cosa era certa, sapeva di vino! Se qualcuno ti avesse detto che sentiva sentori di rovo e di macchia mediterranea accanto alla dolcezza del bastoncino di vaniglia, effluvi di violetta e ciliegia l’avresti guardato come si osserva un marziano e gli avresti detto: “Ma bevi e sta zitto!”

Come un eskimese che da per scontato che sotto i piedi c’è il ghiaccio, per noi il vino era il sangiovese.

Quando avevamo lo stabilimento balneare spesso capitava che i clienti che venivano da Siena o da Firenze ci portassero una bottiglia di Chianti che facevano loro, qualcuno da Montalcino ci regalava un “Brunello”. Difficile riuscire a stappare queste bottiglie tenute in gelosissima custodia da mia madre, ma, quando si riusciva, sembrava di vedere gente conosciuta, ma vestita a festa. La gente o il vino erano quelli che conoscevamo, solo avevano un vestito nuovo e magari anche la cravatta.

Allora, com’era questo sangiovese da quello del Cristo a quell’altro di Montalcino? Prima di tutto era molto carico di colore, ma non così fitto come i vini che, ogni tanto arrivavano dal sud. Sapeva di “vino” quello povero, un po’ più di botte il riccone. Qualche volta il Cristo ti raspava la bocca, mentre il Brunello ti accarezzava il palato, il Chianti era ricco di gradi, ci metteva molto meno a farti girare la testa. Se dovessi dire che cosa avessero in comune i sangiovesi diversi era una qualità tutta toscana di accoglierti, di farti sentire a casa ovunque,  un modo semplice di presentarsi  anche ai livelli più alti.

Quando, dopo tanti anni, ho iniziato a bere i nebbioli mi sembravano seri e compassati, poco inclini a esser bevuti per scherzo, a volte duri come la carta vetrata. In Francia ho vendemmiato il Cabernet a Bordeaux e il Pinot Noir in Borgogna, fra loro due mi è parso di rivedere la differenza tra sangiovese e nebbiolo, uno fatto di sole e sangue e l’altro di delicati chiaroscuri.

Ecco il mio sangiovese era sole, sangue, vita, amicizia e gente comune, era obbligatorio che la donna lo bevesse prima e dopo il parto sennò il bimbo veniva gracile e malaticcio. Anche noi ragazzi di dieci, dodici anni potevamo bere, magari anche  solo mezzo bicchierino a pranzo mentre gli operai si scolavano almeno un fiasco al giorno: un’è mai morto nessuno!

Leone (Roberto Pericci)  11/12/13

  • Sangiovese’s Soul

For a Tuscan man like me wine made from sangiovese variety was not “a wine”, but “The Wine”. It could have been either a wine for any day or even a big one to enrich a feast or a meeting among friends. I remember the wine of the Christ, as we familiarly called the bulk one we used to buy in the ”Christ” Cooperative Winery located on the “Christ” road that runs from Marina di Grosseto to Grosseto. It was pure sangiovese, honest, no frills, harvested few meters away from the sea: a real “table” wine as we used to drink it, eating the inevitable unsalted bread or the salt or the good olive oil my uncle used to bring from the “Madonnino”. It was like fork and knifes, like having the tablecloth turned upside down in order to use it one day more, it was like the dishes: is possible to eat without dishes and tablecloth? Same for bread and wine: better skipping the meal than eating without one of these indispensable things.

One thing was for sure: it tasted of wine! If somebody ever said then that he could smell aromas of blackberry or scents of mediterranean brushwood or violets and cherry flavours you’d surely looked at him saying: “Drink it and shut up!” as if he was a martian.

As an Eskimo who takes for granted that there is ice under his feet, for us wine was Sangiovese.

When my family owned a beach resort with restaurant in Marina di Grosseto, (Tuscany), it often happened that some of our guests who owned some wineries in Siena or Firenze would bring a bottle of Chianti made they made, some other from Montalcino gave us a “Brunello”. (Bear in mind that both are wines made with sangiovese variety). It was rather impossible to uncork these bottles as they were jealously taken into custody by my mother though when we could, it seemed to me to look at known people unusually dressed up for a party. People and wine were those we knew, but they had new clothes and maybe even a tie!

So, what was the difference between sangiovese of the “Christ” and the one from Montalcino? First of all the second one was very deep in colour, but no so much like the wines that sometimes arrived from the south. The poor one tasted of “wine”, the rich one of barrel. Sometimes the “Christ” rasped the mouth, while the Brunello caressed the palate; the “Chianti” was very rich in alcohol, making your head spin in less time. If I should say what the different sangioveses had in common, I’d say that it was that very tuscanian hospitality quality welcoming you, making you feel like home anywhere: a simple way to introduce yourself even when at the highest level.

When, after many years, I started drinking Nebbiolos, they seemed to me serious and self-composed, not to be drunk as a joke, sometimes as hard as sandpaper. In France I harvested Cabernet Sauvignon in Bordeaux and Pinot Noir in Burgundy: going through these two varieties I thought I could see again the difference between sangiovese and nebbiolo, one made of sun and blood and the another one made of delicate chiaroscuros.

Here we are: my sangiovese was sun, blood, life, friendship and common people. It was imperative that a future mom should drink it before and after childbirth otherwise the baby could grow up frail and sick. We, boys 10 or 12 year old, were allowed to drink only half glass of it at lunch, while workers emptied at least a fiasco a day: no one ever died!

Leone (Roberto Pericci) 11/12/13

3 commenti

  1. Bravo Leone , finalmente parole semplici per un alimento piacevole . Il vino deve essere cosi . Una bottiglia sul tavolo con amici si deve finire senza pensare al profumo della papaia o della pietra focaia . Bevi, chiacchiera , e goditi il momento ……..

  2. Per chi legge queste righe, senza conoscere “leone”, al secolo Roberto Pericci, il soggetto, e il racconto possono apparire un normale brano di vita di un tempo, per noi che “leone” lo conosciamo ,è uno spaccato di vita, che si percepisce a stargli vicino, Roberto è un’amico, è un’uomo, è un padre, un’amico, un professionista del vino, in cui non sono sopite le radici, i ricordi, le esperienze, mi viene da citare un detto, che origina in quel di barbaresco, da persona nota, a chi di vino si intende, occorre “sapere, saper fare , saper far fare, e saper far sapere”, è quanto si percepisce trà queste poche righe, piene di sentimento ,di delicatezza ,di onestà, di passione, scusate se è poco.
    grazie Roberto

  3. “Come un eskimese che da per scontato che sotto i piedi c’è il ghiaccio, per noi il vino era il sangiovese.” Bella! E quanto è vera se solo si ha la possibilità di fare un giretto da quelle parti! 😉 Ancora grazie per i consigli per il nostro mini tour toscano dell’estate scorsa!

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