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I Supertuscans di solo Sangiovese

I Supertuscans di solo Sangiovese

 

 

Quarta degustazione Sangiovese: Supertuscans a base di solo sangiovese

Classifica:

 

1°: Flaccianello della Pieve 2008 Fontodi. (Colli Toscana centrale Igt)

Rubino molto carico con sfumature viola e melanzana. Naso ampio e fruttato dolce di ciliegia, ribes rosso e mirtillo in versione confettura. Balsamico e cioccolatoso. Sentori di legno di cedro. Grande bocca! Tannini seri e allo stesso tempo morbidi, ma ancora da evolvere per ancora un paio di anni.

 

Torrione 2010 Petrolo (Toscana Igt)

Rubino molto fitto tendente al viola. Naso che parte da  tabacco e liquirizia, per passare alla mora e al glicine e poi finire con vaniglia e cumino. Ottima bocca: i sapori-odori si allargano fino a coinvolgere ogni papilla. I tannini sono perfetti. La spalla acida dona freschezza e bevibilità. Finisce con una lunga persistenza aromatica.

 

Petrucci 2008 Podere Forte (Doc Orcia)

Rubino tendente al granato. Naso ciliegioso tipico, poi cuoio giovane e tabacco. Minerale di grafite per chiudere con dolci note di liquirizia bilanciate da quelle amarognole del tè nero. La bocca è equilibrata, elegante e particolarmente sapida.

 

Terra e Cielo Fattoria Castellina 2006

Granato con sfumature aranciate. All’inizio odore campagnolo di terra e pollina che dolcemente si evolve in confettura di more, cugnà,  bacche di macchia e spezie. In bocca si ritrovano le stesse sensazioni del naso.  Molto caldo, grasso e saporito, i tannini sono potenti, ma domati e dolci. La sinergia acido-sapida alleggerisce il corpo abbondante e dona una sensazione di grande bevibilità.

 

Percarlo 2001 San Giusto a Rentennano

Rubino carico con sfumature granato. Naso elegante di talco e rosa canina, corbezzolo e macchia mediterranea dove domina il piccante del ginepro. Bocca in linea con il naso:  i profumi sono gli stessi. I tannini ancora avvertibili sono in gran parte smussati.  Vino particolare, fresco, molto caratterizzato dall’ambiente boschivo.

 

6°  Fontalloro 2003 Felsina

Viola scuro quasi impenetrabile. La frutta rossa domina il naso con la gelatina di ribes e continua la frequenza dolce con la liquirizia. Effluvi balsamici di eucalipto. Bocca grassa, tannini fini ancora da smussare un po’.

 

7°  Rosso di Montalcino 2007 Poggio di Sotto

Rubino che sfuma in granato. Profumo intenso floreale di viola, poi prugna e pesca, datteri, fichi secchi e quindi spezie con chiodi di garofano e vaniglia. Anche la bocca dona sensazioni molto speziate. L’equilibrio è spezzato da un micron di acidità in eccesso. Anche l’alcol è leggermente eccedente. L’insieme, comunque, è accattivante e molto fresco.

8°  Percarlo 2008 San Giusto a Rentennano

Rubino carico tendente al melanzana. Al naso mora di gelso, liquirizia e cioccolato. Poi spezie, vaniglia humus, sottobosco e nocciola. Bella bocca segnata dal rigore di tannini potenti anche se già abbastanza ammorbiditi. In bocca il vino si allarga bene e riempie ogni cavità.

 

9°  Schidione 95 Biondi Santi

Non perfettamente limpido, granato con sfumature arancio. Anche il naso è un po’ impreciso, ricorda una marmellata leggermente caramellata, poi sentori di affumicato, cuoio e caffè e humus. La bocca è segnata da tannini polverosi e da un eccesso di acido acetico.

 

NC. Brunello di Montalcino Il Greppo 2004 Biondi Santi

Purtroppo il capolavoro tanto atteso sa inesorabilmente di tappo…. Questa bottiglia contraddistinta per grande valore storico e culturale ha un costo molto elevato ed è stata autografata dallo scomparso anfitrione Franco Biondi Santi per il nostro Responsabile Ais Adriano Piano che generosamente l’ha fatta aprire per questa degustazione!                

Do you remember supertuscans?

Do you remember supertuscans?

Do you remember Super Tuscan? Ricordate, è storia di ieri, i Super Tuscan? Bene, questi vini, ribelli alle regole che disciplinavano la vita tranquilla delle storiche denominazioni d’origine toscane, vini che volevano rappresentare il nuovo che avanza, introdurre un respiro e un’apertura internazionale in un mondo fatto di consuetudini e di tradizioni consolidate (il Sangiovese come uva di riferimento, le botti grandi dove affinare con pazienza i vini), oggi sembrano essere entrati in un cono d’ombra. Non sono scomparsi, anzi con i loro eccentrici nomi che finivano curiosamente, come l’insuperato modello Sassicaia, in aia, sono ancora lì, impilati malinconicamente in grandi quantità in casse e cartoni nelle cantine delle molte aziende che si sono spinte a produrli. Ma che in quest’epoca di crisi, dove faticosamente si sta ritornando al buon senso, dopo anni di stravaganze e di eccessi, hanno improvvisamente perso il loro appeal. O forse hanno mostrato tutti i loro limiti e non sono più di moda. Dispiace, certo, che tanti investimenti fatti su di loro, in ogni zona della Toscana, ma particolarmente in Chianti Classico e in Maremma, e tanti sforzi concentrati dai produttori su una loro presunta centralità e il loro ruolo trainante nella produzione toscana, si stiano oggi dimostrando vani, ma era destino inevitabile che i loro limiti, che le loro fondamenta costruite sulla sabbia, balzassero in evidenza. Il loro stesso nome, Super Tuscan, ovvero i Toscani super, i campioni dell’enologia, più che della viticoltura, toscana, era fasullo. E basato su un’idea assolutamente assurda dove i classici, i vini storici, i Brunello di Montalcino, i Vino Nobile di Montepulciano, i Carmignano, i Chianti Classico, finivano con il passare in secondo piano e dove come portabandiera erano designati vini che di toscano avevano ben poco. Internazionalizzati in ogni aspetto, dalla scelta delle uve, Cabernet, Merlot, Syrah, of course, dalle tecniche di vinificazione, mirate a realizzare vini muscolosi e concentrati, senza finezza e senza eleganza, all’affinamento, rigorosamente effettuato in barrique di rovere francese, con tostature spinte, sino alle politiche di marketing, che esaltavano e consideravano indispensabili per la loro immagine i punteggi loro attribuiti dalla stampa specializzata americana, com’erano.Ma c’era un altro elemento, oltre a quel loro essere “toscani”, ma solo per la collocazione sul territorio di questa magnifica regione delle aziende produttrici, che ne costituiva il vero grande limite, (anche se i produttori spesso, per giustificare la scelta di puntare sui vitigni francesi invece che sulle classiche varietà toscane, affermavano che la forza dei terroir toscani s’imponeva comunque sul carattere varietale, rendendo il Cabernet più toscano e…meno Cabernet), che non poteva non far pensare che questi Tuscan fossero Super solo per un motivo. E questo motivo era rappresentato, salvo eccezioni, non dalla qualità, nella maggior parte dei casi tutt’altro che irresistibile e superiore, bensì dal loro prezzo, che poteva essere “giustificato” solo in un mercato drogato, in una situazione dove il consumatore, diventato un wine snob, poteva essere indotto a spendere certe cifre solo da una pericolosa euforia, da una perdita del senso delle cose. In altre parole dall’essere visti, quei vini, come dei must, degli oggetti alla moda, pompati da una stampa compiacente o miope, o dilettante, di cui, per fare bella figura in società, non si poteva non parlare o dire (oppure fare finta) di averli acquistati, bevuti, apprezzati e sistemati, in belle quantità, nelle cantine di casa. Se tutti ne parlavano, se le guide attribuivano loro i massimi riconoscimenti, se mr. Parker e Wine Spectator li indicavano come il meglio della produzione toscana, come i vini maggiormente in grado di potersi misurare alla pari con i grandi Bordeaux, con gli emergenti Cabernet californiani o cileni, gli Shiraz australiani, com’era possibile, per un appassionato, non dirsi entusiasta di loro? E come poteva un produttore toscano, se voleva davvero raggiungere i 95/100 e i “tre bicchieri”, e di conseguenza vendere i vini negli States e alla ristorazione stellata italiana, fare a meno di produrli? Sembrava una strada inevitabile e senza via d’uscita, eppure, è bastato l’arrivo della crisi economica seguita all’11 settembre, l’entrata in vigore dell’euro, la svalutazione del dollaro sulla moneta europea, la minore quantità di soldi disponibili per l’acquisto di beni non indispensabili quali i premium wines, perché la bolla, mostruosamente gonfiata, improvvisamente scoppiasse. E quel che fino a ieri sembrava irrinunciabile, il vino toscano internazionalizzato, le bottiglie da 30-40 euro e più, il gusto di legno dominante, diventasse improvvisamente accessorio, superfluo, vuoto di significato. E quei vini che prima tutti volevano avere, bere, mostrare, dire di conoscere, diventassero, di colpo, imbarazzanti, privi di mercato, superati e old style, privi di piacevolezza, e decisamente non toscani, e nel prezzo, grotteschi e ingiustificati. Fateci caso: nei discorsi degli appassionati, nelle discussioni che s’intrecciano sui forum che si occupano di vino, oppure in enoteca o al ristorante, di Super Tuscan non si parla quasi più. E quando il colloquio tra consumatori tocca l’argomento Toscana, riguarda, quasi esclusivamente, il Brunello di Montalcino, oppure la ricerca di un Chianti Classico che sia autentico e che non si sia, strada facendo, pericolosamente super tuscanizzato, con le pesanti iniezioni di uve francesi, le solite, consentite da un disciplinare suicida e miope. Oggi i Super Tuscan sono tra i vini italiani maggiormente in crisi (poco richiesti in Italia, pressoché privi di mercato e di richieste in Germania, nel Regno Unito, ancora leggermente appealing, ma chissà per quanto ancora, negli States oppure in Giappone, in Russia o chissà dove), e questa crisi sta inevitabilmente inducendo i produttori più lucidi a fare marcia indietro, a ripensare le strategie, visto che i prezzi cari e le piccole produzioni non rappresentano più validi specchietti per allodole per catturare l’attenzione del consumatore. Suolo 2000 – ArgianoCerto, c’è anche chi non si rassegna e pensa che nel 2005 valgano gli stessi accorgimenti che valevano (ma avevano davvero un senso?) negli anni Novanta e sino all’arrivo dell’attuale crisi. E’ il caso, ad esempio, di una tenuta storica di Montalcino, Argiano, che accanto al suo Brunello, a un altro vino fatto di Cabernet, Merlot e Syrah e curato dal virtuoso del taglio, Giacomo Tachis, ha inserito un nuovo vino, Suolo, un vero “vin de garage”, che sull’apposito sito Internet che è stato creato per lanciarlo (www.suolo.net), viene così presentato: “Suolo è l’espressione di un Sangiovese con un procedimento neo-tradizionale ma al di fuori dei canoni del disciplinare del Brunello di Montalcino prodotto ad Argiano. Suolo 2000 si presenta con un colore rubino intenso e un profumo persistente, dove le fragranze fruttate del Sangiovese sono sostenute dagli aromi caldi del legno. Una struttura tannica consistente evidenzia la complessità di questo vino e insieme a una persistenza assai lunga fanno di Suolo un grande vino toscano. Un grande rosso di barrique, ma di barrique ben dosate per innalzare tutte le caratteristiche del Sangiovese in purezza”. E ancora, si legge, “Produzione limitata di 2500 bottiglie annue, vinificate dal winemaker danese Hans Vinding-Diers”. Stravaganza a parte relativa alla validità di parlare ancora, in pieno 2005, di “aromi caldi del legno”, di “grande rosso di barrique”, come se fosse un pregio, un elemento distintivo, un plus del vino e non un limite, e al pensare, come se fossimo ancora dieci anni fa, che una produzione estremamente ridotta possa giustificare un prezzo per forza elevato, come si spiega che il vino arrivi a costare 60 euro, ovvero il doppio del prezzo del Brunello? Non è forse solo il segno di un’incrollabile resistenza, anzi, di una riluttanza ad accettare che times are changing? Concludendo, dobbiamo quindi recitare un De profundis per i Super Tuscan e celebrare, con tutto il rispetto possibile, la loro scomparsa? A sorpresa, visto il discorso fatto sinora, dobbiamo dire di no, perché se fortunatamente abbiamo salutato, senza versare troppe lacrime, la dipartita dei Super Tuscan intesi come degenerazione e travisamento/tradimento della viticoltura e dell’enologia toscana, come tentativo, fortunatamente fallito, d’imporre un modello di vino intercambiabile, senza radici e senza storia, e siamo felici di plaudire al ritorno a un’idea del Sangiovese come punto di riferimento e ancora di salvezza del vino toscano, dobbiamo riconoscere che alcuni Super Tuscan godono invece di ottima salute. In altre parole che non sono andati, più di tanto, in crisi, che continuano a rappresentare, per il consumatore, una blue chip. Qualche esempio? Il Percarlo di San Giusto a Rentennano, il Flaccianello della Pieve di Fontodi, il Cepparello di Isole e Olena, il Fontalloro della Fattoria di Felsina, il Pergole Torte di Montevertine. E’ un caso che siano tutti dei Sangiovese in purezza, e non Cabernet, Merlot, o mix di quali varietà, tutti vini prodotti in Chianti Classico, che potrebbero essere tutti, se nel mondo del Chianti Classico non regnassero confusione e anarchia, dei magnifici, esemplari, Chianti Classico? E non solo dei Super Tuscan, davvero toscani sin nelle radici e non solo a parole? Franco Ziliani

2 commenti

  1. Sembra che ci fosse davvero Franco Ziliani insieme a noi quella sera….
    non posso che sottoscrivere pienamente ogni parola

  2. Flaccianello della Pieve viaggiava 2 spanne sopra a tutti….. e non era il mio campione …..ARGH!!!
    Bellissima serata e grazie a tutti

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